Patrizia D’Antona, il teatro come vita ed insegnamento
A primavera inoltrata, Maurizio Guarneri e io abbiamo incontrato l’attrice e regista Patrizia D’Antona per la rubrica culturale “Un’intervista dietro le quinte”. Uno spazio ideato per far conoscere gli operatori culturali che lavorano lontano dai riflettori. Le interviste si sono svolte periodicamente all’interno di “Un tè con l’autore”, la rassegna letteraria diretta dalla giornalista Rosa Di Stefano.
Parlare con Patrizia è stato come ritrovare un’amica di lunga data. Sono bastati un caffè e pochi minuti di conversazione per lasciarci trascinare dalla sua energia e dal suo amore profondo per il teatro. Un amore che affonda le radici nell’infanzia. Oggi questa sua passione si traduce anche nell’insegnamento. A Cinisi, a Casa Felicia, conduce un laboratorio teatrale permanente, un percorso formativo che utilizza il teatro come strumento di crescita, memoria e condivisione.
Ma nessuna biografia può raccontare davvero fino in fondo il percorso di un’artista. Per questo abbiamo deciso d’intervistarla.

Sei un’artista poliedrica: come ti definisci e come vorresti essere definita?
È una domanda difficilissima, perché autodefinirsi è molto complicato, è preferibile lasciarsi definire dagli altri.
Mi piacerebbe che la mia espressione teatrale arrivasse al cuore del pubblico e potesse portarlo da un’altra parte, su un altro pianeta. Questo è quello che accade nei miei laboratori, definiti salvifici dai miei allievi adulti. Per due ore andiamo in uno spazio completamente altro, e la cosa forse più bella è la possibilità di lasciare una traccia. Quando, dopo anni, mi capita d’incontrare giovani che hanno visto i miei spettacoli e mi dicono che si ricordano di una mia performance, questa per me è la gratificazione più grande.
Palermo torna spesso nel tuo percorso. Che tipo di relazione hai con questa città? È una fonte d’ispirazione, una sfida, una ferita, una casa?
Palermo, da un lato mi appartiene visceralmente; devo però dire che è un sentimento che provo più in generale nei confronti della Sicilia. Essere un’artista che comunque si muove senza né canoni né schemi rende difficile l’appartenenza. Io sono molto fluttuante. Non a caso, una parte della mia formazione professionale è stata svolta all’estero. Quando ho cercato di recuperare il legame con la città, mi sono accorta di non avervi costruito alcun tipo di alleanza. Negli ambienti artistici ed istituzionali avverto una sorta di simpatia e un certo rispetto nei miei confronti; però sono sempre un po’ fuori dai giochi della città. Nonostante tutto continuo a lavorare ed a produrre, ma al di fuori di appartenenze che hanno un’etichetta.
In “Josephine, gli ormoni e la libertà” parli di menopausa rompendo un tabù. Hai avuto la sensazione di dare voce a qualcosa che molte donne sentivano ma non riuscivano a raccontare?
Josephine è il mio alter ego che mi ha guidato nelle impervie acque della menopausa. Ve lo racconto nello stile di Josephine.
La menopausa è questo periodo in cui tutto pende verso il basso, tutte le nostre generose protuberanze tendono verso il centro della terra. Questo stato rivoluzionario crea agitazione e non si sa che fare. La pressione sale, l’umore scende e come mantenersi calmi è un’impresa. L’agitazione però è solo una questione di tempo perché all’arrivo della menopausa il caos cede il posto ad una nuova visione della realtà. Nella mia vita gli ormoni mi hanno sempre sbattuto da tutte le parti e ovviamente facevo delle scelte sentimentali guidate dall’ormone, poi prendevo cantonate una dietro l’altra, perché era l’ormone a guidarmi. L’arrivo della menopausa è stato liberatorio, perché posso ancora incontrare l’ormone, ma non prendo più cantonate. Adesso con gli ormoni a riposo c’è una libertà assoluta.

Hai dedicato molto spazio alla poesia, da Mariangela Gualtieri a Franco Arminio fino alla valorizzazione del poeta siciliano Giuseppe Giovanni Battaglia. Pensi che oggi la poesia può fare qualcosa che altri linguaggi non riescono più a fare?
Certamente, perché la poesia ha questa sua capacità di condensare in poche frasi tutta una storia.
Ad Alda Merini ho dedicato uno spettacolo che cominciava con una sua poesia sul canto degli alberi. “Tu non sai, ci sono betulle che di notte levano le loro radici e tu non crederesti mai che di notte gli alberi camminano e diventano sogni”, questi versi ti aprono subito uno spazio onirico con pochissime parole. Secondo me la poesia è assolutamente necessaria. Uno dei miei ultimi spettacoli insieme alla vocalista Anita Vitale, la jazzista Rita Collura e un quartetto d’archi, s’intitola “Un posto chiamato poesia”. La poesia crea immagini, apre la visione; quindi, ancora oggi, può fare qualcosa che altri linguaggi non riescono più a fare.
Il labirinto di “Ecuba” affronta il tema della memoria psichica della Grande Madre. Da dove nasce il tuo interesse per il mito e per le figure femminili tragiche?
Questa passione per il mito e la mitologia c’è sempre stata. Ho sempre provato la gioia di camminare a piedi nudi sulle pietre, non solo su quelle di Capo Gallo, ma soprattutto su quelle bianche del teatro greco di Siracusa. Questi luoghi mitici sanno parlarmi. Io dico che le pietre in Sicilia cantano.
La mitologia in qualche modo ci racconta ancora molto di noi. I Greci sono stati straordinari, perché nel loro pantheon tutte le umane possibilità sono presenti, non c’è il nostro giudizio cattolico che limita. Possiamo rintracciarvi tutte le sfaccettature dell’umano.
Medea mi ha colpita per la sua duplice dimensione interiore. Da un lato c’è una donna fortissima, la maga, capace di tradire il padre; dall’altro emerge la sua fragilità femminile nel rapporto con Giasone.
Quale incontro pensi che ti abbia cambiato la vita?
Uno degli incontri decisivi è stato quello con Marcello Cappelli, il mio primo regista. L’ho conosciuto mentre frequentavo il mio primo laboratorio al Teatro Libero, per mettere in scena “Le sorelle” di Čechov. Marcello in qualche modo mi stimolò molto a diffondere la mia territorialità facendomi incontrare Enrique Pardo del Centre International Roy Hart. In quel contesto entrai in contatto anche con il pensiero di James Hillman che si occupava di mitologia e alchimia ed era il presidente del centro.
Enrique Pardo è stato il mio maestro di voce e di eloquenza immaginale. Facevamo un lavoro corale insieme agli psicanalisti studiosi di alchimia, nel quale l’attore doveva essere consapevole dell’immagine che stava mettendo in moto. Quando pensai per la prima volta di portare in scena Medea da sola, dopo alcuni lavori di improvvisazione, lui mi disse: “Lo devi fare”.
Quella è stata la spinta decisiva. Poi ho fatto tutto da sola: insomma, sono un’artigiana del teatro.

Come vivi la tua esperienza di insegnante di teatro? Raccontaci chi è Patrizia al laboratorio teatrale di Cinisi
Ma io sono esattamente quella che sono. Quella che vedete. Non lavoro con giovani attori che vogliono fare gli attori.
I miei allievi sono adulti che si stanno misurando con qualcosa di importante, di profondo.
Quindi io mi cerco insieme a loro. Infatti ho mantenuto sempre legami molto intensi, posso dire viscerali, anche quando poi non ci siamo più visti. Nel laboratorio accade qualcosa. Dico spesso che ho gli amici storici, ma ho anche gli amici con cui ho condiviso il ritmo, il canto, la musica. È come se tutto questo ci desse una forma di conoscenza profonda, anche senza sapere fino in fondo chi sia l’altro o che cosa abbia vissuto. L’intimità nasce dal teatro, non perché tu mi racconti che cosa hai fatto, non c’entra niente.
Com’è cambiata la tua idea di libertà rispetto al passato?
Sento che prima la libertà doveva essere manifestata molto di più all’esterno.
C’era il bisogno di mettere subito le carte in tavola, una necessità che, per fortuna, oggi non sento più. La libertà, invece, è sempre più uno spazio interiore, che si amplia nello stare con me stessa e nell’affrontare con serenità il cammino da fare, grazie agli ormoni a riposo. Di più interno. Sì, è più interiore: non c’è più bisogno di dichiararla.