La lingua di Emanuele Navarro Della Miraglia

ne Le macchiette parigine

Le macchiette parigine (1881) si connotano, senza dubbio, come l’opera più interessante della produzione letteraria di Emanuele Navarro Della Miraglia ed esplora in modo puntuale e capillare, l’esperienza francese del Nostro che investe gli anni che vanno dal 1864 al 1872. Nonostante la ricchezza dei materiali che l’opera fornisce per conoscere l’uomo Navarro e la sua scrittura che ha delle forti connotazioni visive, l’attenzione della critica verso l’opera non è stata profonda ed adeguata. Da un’attenta disamina dell’opera, infatti, emerge una sensibilità non comune del Nostro nel vagliare aspetti, situazioni e personaggi della società borghese parigina e, nel contempo, si fa luce sulla sua attività, le sue frequentazioni, la considerazione di cui godette negli ambienti culturali dell’epoca, durante il suo soggiorno parigino. Il merito di Emanuele Navarro, a ben guardare, non solo è quello di averci consegnato un affresco socio-culturale della Parigi del Secondo Impero, ma di averci delineato, attraverso la lente d’ingrandimento della macchietta, un caleidoscopio di personaggi della società colta e aristocratica parigina, con una lingua a tratti graffiante e con dei caratteri grotteschi e deformanti che si distanziano notevolmente dalle peculiarità linguistiche e stilistiche del romanzo La nana e delle Novelle siciliane. Tra le righe dei bozzetti sembra cogliere il respiro dell’autore e il suo temperamento irrequieto, alla ricerca di una salda identità che, da Sambuca, paese dell’entroterra siciliano, si avventura, per una sua vocazione decisamente transnazionale e cosmopolita, nella Parigi decadente e simbolista. L’autore, attraverso la macchietta, punta il suo sguardo su venti ritratti scegliendoli tra scrittori, artisti, politici alcuni dei quali, per il linguaggio affilato e dissacrante che adopera nel delinearli, sono dei veri e propri capolavori di arguzia e ironia. In alcuni di essi, inoltre, c’è un riverbero delle molteplici sfaccettature del carattere del sambucese che, simile ad un prisma che rifrange una policromia di luci, si rispecchia in una variegata campionatura di alter- ego paragonabile alla strategia narrativa di Pessoa nelle cui opere poeti e scrittori che sostengono tesi opposte altro non sono che proiezioni del suo io dissociato. Ma quale la vera identità di Emanuele Navarro Della Miraglia? Già un tassello significativo, come osserva Licia Cardillo Di Prima nel suo saggio “ Spigolando tra le macchiette di Navarro”, emerge dalla prefazione di Donnine in cui l’autore nel sintagma: «Io non so cosa sono, ma in ogni tempo ho cercato di esprimere coscientemente il mio pensiero» evidenzia la consapevolezza che l’identità è un concetto mutevole e soggettivo, in continuo divenire, rivelandosi precursore della poetica pirandelliana. Ne Le macchiette parigine  tutte le identità sembrano convergere e ricomporsi in virtù del ruolo che il sambucese riveste di critico letterario per cui l’autore si arroga la responsabilità di affondare la sua penna nei meandri più reconditi dei personaggi oggetto d’indagine con un’irruenza travolgente e con uno stile tagliente , essenziale, incisivo che rispecchia appieno le contraddizioni di coloro che pone sotto osservazione e di cui coglie, con onestà intellettuale, il talento e la specificità. Dalla carrellata dei personaggi maschili che il Nostro prende in esame nelle Macchiette si è posto l’accento su alcuni nei quali E. Navarro punta maggiormente i suoi strali e che appaiono particolarmente significativi al fine di un’analisi linguistica. Sono quelli di Sthendal, Courbet, Barbey D’Aurevillye, Baudelaire in cui si riscontrano, peraltro, altre connotazioni della poliedrica personalità di Emanuele Navarro. Nei tratti caratteriali con cui l’autore ritrae nell’opera Sthendal come facilmente irritabile, permaloso, sempre di opinione diversa a quella degli altri, già Natale Tedesco aveva enucleato una proiezione del sé ma il ritratto è anche interessante per il giudizio che E. Navarro esprime sullo scrittore «cominciò a scrivere tardi, a trent’anni suonati, e i suoi primi libri sono un plagio o un riflesso della letteratura italiana». I difetti più evidenti di Sthendal, secondo il Nostro, sono la crudezza, la mancanza di stile, la freddezza, il cinismo ma sicuramente tale giudizio negativo nei confronti dell’autore de La Chartreuse de Parme fu frutto di un atteggiamento diffuso a Parigi durante il suo soggiorno, non avendo lui conosciuto personalmente Sthendal, morto nel 1842. Come ha osservato Leonardo Sciascia, nella sua postilla su Sthendal e Navarro (1970) lo scrittore francese era per lo più considerato in quel momento: «un personaggio pieno di comiche contraddizioni e mistificazioni, ostentatamente cinico ma in sostanza patetico se non addirittura pietoso». Il Medaglione di Navarro non concede alcun attenuante allo scrittore per quanto riguarda la sua tumultuosa biografia e con un lessico incalzante, parole crude e, a tratti sprezzanti, sembra dar credito alla sua fama di avventuriero cinico tramandata in quegli anni, come si evidenzia nel seguente sintagma: «la ostentazione perenne di un’impassibilità che spesso lo fa parere cinico, l’assenza completa e voluta di ogni sentimento generoso, rendono antipatiche le sue creazioni alla maggior parte dei lettori». La sua opinione è, però contraddittoria e ambigua perché, pur proclamandosi palesemente aderente all’opinione pubblica, è anche vero, come osserva nella sua postilla Leonardo Sciascia, che «non riusciva a non appassionarsi a quei libri, a quello scrittore, a quell’uomo su cui non stavano per cadere le tenebre dell’oblio ma stava per sorgere un culto». Dai bozzetti di Courbet e Barbey D’Aurevilly, personaggi che il Nostro, per motivazioni diverse, pone sotto accusa, emerge il suo amore per il lusso e per il mondo aristocratico parigino in cui, pur tacciandolo di vacuità e apparenza, si immerge con voracità. Il peccato di Courbet, secondo il sambucese, è quello di avere scelto, nelle sue rappresentazioni, un realismo proletario e provinciale, non della borghesia cittadina. I suoi quadri, sono in gran parte, osserva E. Navarro, «una lunga serie di proteste contro i ricchi» disprezzando lo sguardo del pittore sugli aspetti più miseri e materialistici della vita che lo allontanano da quella bellezza che è il valore navarriano per eccellenza. Il medaglione si caratterizza per una prosa svelta, nervosa, per uno sguardo soggettivo ed interventi personali nel corso della narrazione ovvero, come ebbe a dire Leonardo Sciascia, per uno sguardo aristocratico che non riesce mai a far davvero sua la lezione realista dell’impersonalità. Ritraendo poi Barbey D’Aurevilly come: ‘una caricatura ambulante’ che: «si tinge e si dipinge […]» egli vuole simboleggiare l’uso sconsiderato dell’apparenza e della vita lussuosa parigina. Per ritrarlo il Nostro usa la metafora del circo che connota la sua qualità artistica come artefatta, falsa, esagerata. La lingua diventa corrosiva, impulsiva, sarcastica, e si ha l’impressione che il Nostro si compiaccia della sua foga polemica, della sua violenza verbale e della sua ironia, strategie stilistiche che usa con sfumature e dovizie di particolari. Anche Baudelaire, di cui il Nostro coglie molti tratti comuni a Barbey D’Aurevilly, è dipinto come un poeta bizzarro e inautentico e viene ridimensionato con pennellate satiriche e lessemi pungenti: «era un buon figliuolo un po’ matto, un bel vaso che aveva un’incrinatura». E. Navarro non solo critica il metodo di lavoro dell’autore come si evidenzia in tale giudizio «Spesso sciupava un’intera giornata ad esprimere un concetto e, trovando la lingua francese ribelle al pensiero, riscontrava i dizionari latini, inglesi, ebrei, tedeschi» ma mette in dubbio perfino l’autenticità della sua creatività, facendo trasparire che egli, seppure con molta abilità e velatamente, abbia imitato Edgard Allan Poe e Sainte Beuve. Pur sottolineando l’arditezza della poesia di Baudelaire però Navarro ne coglie i pregi e le sottili sfumature, consapevole che i suoi fleurs du mal si connotano per il verso «costruito con arte immensa», per la strofa che: «si culla e si dondola armoniosamente», per la lingua che è «di una duttilità e di un’efficacia meravigliose». Come emerge da tali asserzioni Navarro con abilità passa da un registro linguistico ironico ad uno in cui per l’intensità e il lirismo del lessico adottato si rivela, anche per il ritmo e la musicalità che attraversa i sintagmi, un poeta della parola.

Interessanti da un punto di vista linguistico e stilistico sono i bozzetti in cui Emanuele Navarro ritrae le donne dell’aristocrazia parigina da cui viene ammaliato dalla bellezza ma anche dall’intelligenza, dal genio, dal talento. Ed ecco zampillare dalle pagine delle macchiette due donne controcorrente, emblema di emancipazione, di seduzione, di genialità, George Sand e Sarah Bernard che vengono indagate ed esplorate nelle pieghe più intime. Di George Sand, la romantica scrittrice di Lei e Lui, E. Navarro frequenta assiduamente il salotto letterario, entrando in contatto con intellettuali quali Merimée, De Musset e Chopin. È una George Sand di cui il Nostro ridimensiona il mito tracciandone un ritratto che segue le turbinose vicende della vita dell’autrice sottolineandone l’irrequietezza, l’inquietudine, la volubilità. Pur non approvandola moralmente perché fuori dalle righe per l’abbigliamento maschile, gli amori, la condotta, il Nostro riconosce che la signora Sand ha dato prova che si può essere donna e avere del genio. In un periodo in cui critici e scrittori nutrivano molti pregiudizi nei confronti della donna intellettuale – scrittrice e lo stesso Barbey scriveva che: «les femmes qui écrivent ne sont plus des femmes» simile alla scrittrice netina Mariannina Coffa che, in una lettera al suo Ascenso affermava che: «lo scrivere rende le donne disoneste», Emanuele Navarro, pur non discostandosi molto dai suoi contemporanei, ne riconosce le qualità e la genialità. I tempi, di fatto, nel diciannovesimo secolo non erano ancora maturi per le donne talentuose le cui opere, erano giudicate più che per il loro valore, dall’appartenenza di genere. La scrittrice, comunque, viene esaltata da Emanuele Navarro che la giudica molto positivamente dal punto di vista letterario come si evince dalle seguenti parole di ammirazione: «il suo ingegno ha lasciato sgorgare, senza mai affievolirsi una lunga serie di opere stupende». Navarro ne coglie appieno le peculiarità che la contraddistinguono rendendola così originale. I significanti si dilatano restituendo alla lingua significati multipli e intensità e sonorità atti a trasferire nell’oculata scelta linguistica non solo le caratteristiche esteriori ma anche psicologiche della Sand. Un altro ritratto femminile molto intenso è quello di Sarah Bernard, l’ultimo delle macchiette, il personaggio più giovane della sua galleria e, probabilmente quello che più lo affascina. Già l’incipit della macchietta è un’apoteosi, un panegirico del personaggio che il Nostro descrive indugiando in particolari seducenti anche nelle scelte lessicali e sintattiche: «È una tra le riproduzioni del tipo femminile eterno; riunisce in sé i difetti e le qualità della donna moderna». Il ritratto che Navarro ne ritrae è così affascinante che sembra riprodurre nei dettagli e nei colori la tela di qualche pittore fiammingo. Segue il riconoscimento del suo talento di interprete, sulle scene e nel cinema muto, dei più grandi capolavori di scrittori francesi e non, compreso il nostro D’Annunzio. «[…] tutto quello che dice sembra che sgorghi dall’anima; ella dà alla poesia l’intensità delle sue impressioni […] senza che parli il suo gesto esprime il pensiero». Come George Sand, Sarah Bernard ha un’indole irrequieta e la sua figura, piena di irregolarità ha un incanto, asserisce Navarro, «che non si spiega, un’attrattiva a cui non si resiste». Come fulmen in clausola la macchietta si chiude con una profezia negativa che l’autore esprime con un paragone efficace ed incisivo: «Assetata di fama […] la sua gloria sarà fugace e passerà come quelle comete che splendono all’orizzonte e che poi scompaiono senza lasciare traccia». Probabilmente il Nostro ritrae le due donne con pennellate linguistiche così intimistiche e articolate perché, si specchia nella loro irrequietezza, nel loro amore per il lusso e per la vita agiata e ne è indiscutibilmente folgorato dalla bellezza e dalla genialità. La cura di Navarro nella descrizione di ambedue i personaggi femminili è così meticolosa da renderli quasi tangibili e sembrare pienamente aderenti a quella ‘lingua dipinta’ di cui parla Pirandello nel suo saggio Arte e Scienza (1808). E un altro profilo di donna a cui viene dedicato un breve ritratto in controluce si trova nella macchietta dedicata ad Alexandre Dumas figlio; si tratta di Alphonsine Plessis in arte Maria Duplessis che ispirò a Dumas, La dame aux camelias di cui l’autore con tratti chiaroscurali e con piglio originale scandaglia l’animo, con linguaggio sinestetico ed iconografico. Le Macchiette,  nel loro insieme, costituiscono un’opera da cui non si può prescindere per conoscere l’uomo ed il letterato Navarro e costituiscono un ponte di congiunzione tra l’esperienza parigina e quella siciliana e un indubbio riconoscimento degli apporti della cultura francese del Secondo Impero alla cultura italiana di cui, senza dubbio, il Nostro fu tramite indiscusso. L’opera, inoltre, costituisce un’importante fonte letteraria per scandagliare la complessa identità dell’autore e la sua capacità nell’uso della lingua che modula a suo piacere, spinto dai sentimenti che la macchietta di volta in volta presa in esame gli ispira, livore, sarcasmo, polemica, ma anche ammirazione, un amalgama eversivo ma seducente nella sua unicità ed originalità. Dalle osservazioni che si enucleano nelle macchiette, inoltre, emerge un Emanuele Navarro puntiglioso raccoglitore di documenti, che fotografa la realtà analiticamente, che è maestro nel rendere atmosfere, nel catturare vizi e virtù, nel ritrarre i personaggi nella loro interezza, indagandone il carattere con la sua vis polemica e il suo sorriso sornione e distaccato. Con uno stile chiaro ed efficace l’autore ha anche il merito di avere diffuso in Italia un genere innovativo, quello della macchietta, molto in uso in Francia con le relative implicazioni linguistiche. La sua, a ben guardare, è una lingua un po’ spietata e un po’ cruda ma permeata a tratti, da un soffuso lirismo tardo- romantico che affiora. soprattutto, quando viene catturato, suo malgrado – lui palesemente antifemminista, come si evince dalle novelle I denti della Signora Piccalunga o in La morale dell’istinto- dalla bellezza e dall’intelligenza femminile. E allora la sua penna diventa, quasi inconsapevolmente, dal tratto più gentile, vibrante, armonico che domina sulla vis polemica che serpeggia per tutta l’opera e ad emergere è il suo sguardo curioso che si muove in uno spazio narrativo in cui la parola diventa evocativa e ricca, per dirla con Pessoa, di una ‘poetica di sensazioni’. Se: «garbo, finezza, buon gusto, scioltezza e musicalità del narrare» hanno la capacità – come osserva Enzo Randazzo – di farci assaporare la bellezza de La Nana, la sinuosa modulazione della lingua de Le macchiette Parigine” ci immette in un altro solco della bellezza, nel fascino dell’argomentare acuto, energico e brillante, prerogative che rivelano E. Navarro un intellettuale controcorrente, che si destreggia tra realtà e visione, rivelandosi, con lo stile e l’effervescenza linguistica policromatica de Le Macchiette, non canonica nell’Italia del XIX sec., un precursore di modernità. Anche nel suo abbinare al ritratto fisico il carattere, si rivela un anticipatore della scienza moderna della fisiognomica, rivestendo, tout court, un ruolo non secondario nel panorama letterario a lui coevo.

Mariza Rusignuolo

Bibliografia

E. Navarro Della Miraglia, Macchiette parigine, Ed. della Regione Siciliana, Introduzione e note di Carlo Cordié, Palermo 1974

E. Navarro Della Miraglia, La Nana, introduzione di Enzo Randazzo, Ed. Selino’s, Palermo, 2009

Licia Cardillo Di Prima, Spigolando tra le macchiette di Navarro, Ed.G. Aulino, Sciacca, 2025

L. Sciascia, La corda pazza, Einaudi, Torino, 1974

E.Navarro Della Miraglia, Storielle Siciliane, Sellerio Editore, Palermo, 1992

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