Il teatro Luigi Pirandello di Agrigento di Fabio Zarbo (Giunti editore)
Il saggio Il teatro Luigi Pirandello di Agrigento di Fabio Zarbo, architetto e docente di storia dell’arte presso il Liceo Leonardo di Agrigento, è un omaggio alla bellezza artistica che celebra il valore estetico, culturale ed emozionale del Teatro Pirandello di Agrigento, una delle opere più emblematiche della città, simbolo dell’identità di Agrigento e della sua storia. L’avere celebrato, in questa ricostruzione storico-architettonica capillare e minuziosa il teatro di Agrigento, è un segno tangibile della capacità dell’arte di trasmettere significati profondi richiamando l’attenzione sul valore della bellezza declinata in tutte le sue sfumature e sull’importanza di investire nella valorizzazione del patrimonio storico e artistico della città. Il merito del prof. Fabio Zarbo è quello di aver realizzato una pregevole opera che coniuga bellezza estetica e critica, attraverso ricerche dettagliate e immersive d’archivio riportando alla luce documenti che hanno aperto orizzonti inediti nella storia del teatro Pirandello. Josif Brodskji affermava che la realtà che ci circonda deve essere valorizzata da sguardi che la osservino in profondità e con una particolare sensibilità. Ci sono luoghi, a detta del poeta, «che ti fanno sentire un’affinità con la Provvidenza», ed è forse questa la sensazione emozionale che si prova al cospetto del saggio del professore Fabio Zarbo. Per rendersene conto basta sfogliare i numerosi capitoli che corredano l’opera in cui sembra di immergersi in una sorta di aleph borgesiana: «un punto che include tutti i tempi e tutti gli spazi, una sorta di sfera astratta e concreta che sfida la percezione perché è un infinito». La storia del teatro, infatti, si connota per aver attraversato varie vicissitudini mirabilmente contestualizzate dall’autore che già nei primi capitoli non solo analizza tutti i piccoli teatri esistenti ad Agrigento ma scruta con occhio indagatore, scandagliandone le motivazioni storico- sociali- antropologiche più recondite, il desiderio dei ceti più abbienti e colti della classe dirigente borbonica, di avere, intorno alla metà dell’Ottocento, un teatro nella città di Girgenti, dove già era presente una fervida attività teatrale. Il volume è composto da dieci capitoli che illustrano il teatro sotto ogni profilo. Ed ecco nel primi capitoli passare in rassegna una miriade di piccoli teatri sorti con l’intento di dare coesione culturale a Girgenti elevata a dignità di città capovalle, da quello più attivo e rinomato appartenente all’archeologo e pittore Raffaello Politi, spesso artefice delle scenografie delle sue rappresentazioni, apprezzate dal principe Leopoldo di Baviera e da Alexandre Dumas, al teatrino esistente nella città di Girgenti realizzato nel 1845 da Simone Amoroso e dai fratelli Amodeo e Gerlando Bonfiglio ed acquistato dal Comune di Girgenti nel 1868, al teatro Empedocle di cui non sono state ritrovate particolari informazioni, e ancora al teatro Principe di Napoli.

Si prosegue con l’iter avviato dall’amministrazione comunale per la costruzione di un grande e prestigioso teatro pubblico, degno di una città capovalle, con i progetti per la costruzione del nuovo teatro e le difficoltà affrontate per la scelta dell’area destinata alla sua realizzazione, problema non indifferente sia per l’opposizione degli abitanti sia per gli elevati costi di esproprio e dei livellamenti del terreno a causa delle significative differenze altimetriche tra la quota a monte e la quota a valle dei terreni in pendio, talvolta scelti. Dopo un’accurata analisi dei vari progetti, il prof. Zarbo, con dovizia di particolari mette in rilievo, le tappe salienti della realizzazione di uno dei monumenti culturali più significativi della Sicilia, dal progetto vincitore redatto dall’ingegnere Dionisio Sciascia alla posa della prima pietra nel 1870 alle accese polemiche contro alcune scelte progettuali dell’ingegnere Dionisio Sciascia in ordine alla curva della platea e alla scelta di ricavare il palcoscenico scavando nella roccia calcarenica, fino all’intervento@ del celebre architetto Giovan Battista Filippo Basile. Il ruolo di quest’ultimo, visto da molti come un visionario, autore del progetto del Teatro Massimo di Palermo, esplode in tutta la sua portata in alcune significative modifiche strutturali al palcoscenico e all’arco armonico nonché nei disegni messi a punto per le decorazioni della sala e del soffitto del teatro. G. Battista Basile, infatti, per la decorazione della volta e dell’intero apparato decorativo della sala del teatro, concepì una vera e propria celebrazione dell’identità locale, creando un incastro sapiente e innovativo tra la città moderna e la Akragas greca. I colti riferimenti alla Akagras greca con le raffigurazioni allegoriche realizzate dai pittori milanesi Luigi Sacco, Antonio Tavella e Giuseppe Bellone, che celebrano i quattro illustri artisti di Akragas, Carcino, Dinoloco, Metello e Mida, per l’eleganza e la raffinatezza cromatica rispondono mirabilmente al suo obiettivo di commistione di antico e moderno facendo assurgere il teatro a un ruolo di primaria importanza dedicato alla celebrazione dell’identità storica e dell’orgoglio locale. Corredano il testo immagini fotografiche di straordinario impatto visivo che immettono il lettore in emozionanti squarci di luce e colore come, ad esempio, quelle delle delicate decorazioni pittoriche dei parapetti dei palchi di prim’ordine in cui, tra elementi fitofloreali emerge un putto che reca il numero di ciascun palco posto su un desco ottagonale al centro di una collana rosa da lui sorretta. Mirabili le figure che riportano i medaglioni dei parapetti dei palchi di second’ordine eseguite anch’esse su disegno di Giovan Battista Filippo Basile e raffiguranti, attorniate da ghirlande di rose e fiori stilizzati policromatici, monete dell’antica Akragas greca e di Agrigentum romana recanti simboli come la testa di Zeus, una quadriga o più ricorrenti come il granchio e l’aquila. E ancora particolari elementi fitomorfi in un intreccio sinuoso e dinamico di foglie di acanto e di steli lunghi che si avvolgono in eleganti spirali, si distinguono per l’eleganza e la raffinata esecuzione nelle fotografie dei palchi della terza fila e del loggione, scandito da pilastri decorati in sommità con mensole e capitelli dorati. Cardine dell’apparato fotografico sono le foto che catturano i particolari decorativi della bocca d’opera del teatro alla cui realizzazione per i decori e per la plasticità delle figure molto si deve a Giovan Battista Filippo Basile che ebbe l’intuizione di procedere a delle adeguate modifiche strutturali dell’arco armonico consistenti nel sostituire le colonne isolate in pietra con quattro pilastri parietali di ordine corinzio. Le fotografie che inquadrano i quattro capitelli dei pilastri, in stile pseudo- corinzio, sono un vero e proprio elogio alla bellezza con i primi piani delle due cornucopie per capitello al posto delle volute, riportanti al centro un elemento decorativo simbolico che varia da pilastro in pilastro, un cigno, una tortorella che custodisce il proprio nido, una lira, una maschera teatrale. E si procede con i particolari fotografici e le descrizioni delle decorazioni pittoriche del fregio, costituite da putti fitomorfi che sostengono ghirlande d’alloro che riportano i nomi di grandi musicisti quali Bellini, Verdi, Donizetti, Petrella, Pacini. E il detto oraziano ut pictura poesis sembra emanare dalle fotografie, descritte con cura dal professore Zarbo, del sipario del teatro relative sia all’antico sipario realizzato dal pittore messinese Queriau nel 1879, sia al nuovo sipario, opera del maestro Luciano Proietti e raffigurante, pur con alcune varianti, la stessa scena mitologica realizzata dal pittore Queriau e degradatasi per l’umidità presente nell’edificio. Un amalgama di colori e luci investe il prorompente dinamismo dell’opera, raffigurante l’atleta akragantino Esseneto che torna trionfante dallo stadio di Elea, accolto da una folla festante di concittadini, innanzi al tempio della Concordia. A ben guardare tutto l’apparato iconografico e stilistico del teatro Pirandello evidenzia la profonda conoscenza dell’arte classica e rinascimentale di Giovan Battista Filippo Basile e la sua vasta cultura in ambito botanico visibile anche negli stessi motivi decorativi del Teatro Massimo di Palermo da lui progettato nel 1864 e dal figlio Ernesto, massimo esponente in Italia dell’architettura liberty. L’impianto decorativo del teatro Massimo però, a differenza di quello del teatro Pirandello, su progetto di Ernesto Basile fu realizzato da Ettore De Maria Bergler.

I capitoli finali del testo proseguono con la narrazione dei restauri del teatro nella seconda metà del Novecento, della cerimonia di riapertura e delle manifestazioni inaugurali del teatro Pirandello restituito alla città nel 1995 dopo trentanove anni di chiusura. Si pone l’accento anche sulla ricca e variegata attività culturale che ha connotato il teatro consentendogli di tornare ad avere un ruolo fondamentale nella vita culturale della città di Agrigento.
Nell’ultima parte viene illustrata la vita del teatro negli ultimi trent’ anni fino al 2025, anno in cui, tra i molteplici eventi, la struttura ha ospitato la cerimonia di inaugurazione di Agrigento capitale della cultura 2025 con la partecipazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. A convalida dello studio minuzioso e capillare correda il volume un ricco apparato bibliografico, un regesto storico e degli approfondimenti biografici di tutti gli architetti e gli artisti che hanno lavorato a vario titolo nella realizzazione del teatro Pirandello.

Da questa disamina emerge che la realizzazione di quest’opera sul teatro Pirandello costituisce un unicum nella storia del teatro da cui non si può prescindere per ulteriori ricerche ed è da considerarsi non solo un prezioso scrigno d’architettura urbanistica e artistica ma anche un progetto didattico con profonde ricadute formative per le modalità in cui gli studi scientifici sono stati svolti. Il professore, infatti, oltre ad effettuare una profonda ricerca personale in ambito archivistico per il reperimento di fonti, documenti, grafici, schizzi progettuali che si sono avvicendati nel tempo, ha coinvolto nella raccolta documentale, con un progetto empatico, anche i suoi alunni del Liceo Leonardo di Agrigento che si sono attivati collaborando, sotto la sua guida, nella realizzazione di un lavoro organico, sequenziale e sistematico confluito in elaborati multimediali che oggi consentono la visita virtuale interattiva del Teatro Pirandello sia attraverso il sito del teatro stesso che del Liceo Leonardo di Agrigento. Il progetto, peraltro, non solo li ha educati al bello estetico nella sua forma più autentica e a sviluppare una profonda sensibilità verso le forme, le memorie, gli oggetti ma ha fornito loro un metodo di ricerca, di analisi e di tutela di un’opera d’arte monumentale. Il testo è fruibile non solo agli addetti ai lavori ma anche a tutti coloro che amano il bello perché Fabio Zarbo fa uso di una lingua piana, duttile, icastica che si connota per costrutti sintattici ipotattici ma lineari e semplici in cui è evidente la sua passione per l’arte che si traduce in parola e della parola che si traduce in arte in un connubio inscindibile in cui ogni tassello, ogni particolare del teatro, dai capitelli, ai decori, ai grafici, alle figure mitologiche, palpabile nelle bellissime immagini fotografiche vivide e chiare, concorre a creare, in una sorta di climax ascendente quel meraviglioso puzzle che costituisce nel suo insieme uno dei teatri più rappresentativi in ambito regionale e nazionale. E se, come affermava Antonio Machado tutte le città hanno il loro fascino, uno degli aspetti del fascino della città di Agrigento è senz’altro il teatro Pirandello, simbolo identitario della città, la cui cura nella realizzazione è stata messa in risalto nell’opera del prof. Zarbo. L’autore, infatti, ne zoomma ogni aspetto e ogni dettaglio stillandone, per ricalcare Hanslick, quell’armonia musicale che si percepisce al cospetto del bello visivo. Per il dialogo profondo che si instaura tra ingegneria, architettura ed arte, per la qualità delle analisi e l’eleganza dello stile, per la ricchezza delle immagini, il saggio è un capolavoro nelle cui pieghe si avverte l’impegno, la passione e la dedizione dell’autore. E se tempus fugit e distrugge la bellezza, non omnis moriar perché l’arte, a detta di Shakespeare la salverà e l’opera di Fabio Zarbo ne è un esempio.
Mariza Rusignuolo