THE ODYSSEY DI NOLAN E LA POLEMICA ANTIWOKE

Quando un film diventa una guerra culturale

Dopo aver visto The Odyssey, mi sono imbarcata in un’altra avventura: leggere le recensioni e le interpretazioni del film di Christopher Nolan circolate online. Un’odissea dentro l’Odissea.

L’uscita mediatica del film lo ha trasformato in una battaglia politica esistente. The Odyssey è diventato una sfida tra posizioni che niente hanno a che fare con la regia, la sceneggiatura o la fedeltà al testo. Il dibattito si è allargato sulla diversità etnica, sull’identità di genere, sulle politiche di diversità, equità e inclusione — indicate dall’acronimo DEI — e sulla libertà artistica.

 Elon Musk e alcuni commentatori conservatori della destra statunitense hanno ampliato la polemica criticando le scelte di casting. Secondo la loro opinione tali scelte sarebbero la prova di una rilettura woke e ideologica dell’Odissea. Il film è così entrato così nelle dinamiche delle guerre culturali statunitensi e non solo, alimentate dall’universo MAGA (Make America Great Again) e da altri settori della destra che osteggiano la cultura woke.

Che cosa significa “woke”?

Tra le parole ricorrenti nei commenti e negli articoli dedicati a The Odyssey, quella che mi ha maggiormente incuriosito è “woke”. Come evidenziato dai dizionari specializzati , il termine, nato nell’inglese afroamericano per indicare la consapevolezza delle discriminazioni, viene oggi utilizzato polemicamente per definire persone e opere considerate troppo progressiste o sensibili alla rappresentazione delle minoranze.

Nelle polemiche che hanno accompagnato il film, il termine spesso l’ho trovato associato alle scelte di casting, considerate da alcuni commentatori come una forma di “riscrittura ideologica” dei personaggi classici.

Una parte del dibattito ha finito così per interpretare il film come dichiarazione di appartenenza politica. Seguendo questa lettura, il film al di là della fedeltà al testo dimostrerebbe un’eccessiva sensibilità progressista.

Matt Damon interpreta l'eroe Ulisse in una scena di "The Odyssey" (2026). Foto: Melinda Sue Gordon / Universal Pictures. Tutti i diritti riservati.
Matt Damon interpreta l’eroe Ulisse in una scena di “The Odyssey” (2026). Foto: Melinda Sue Gordon / Universal Pictures. Tutti i diritti riservati.

Il casting sostituisce il film?

Il casting multietnico e la presenza di Elliot Page, attore transgender, sarebbero così interpretati come segnali di un progetto ideologico più che come scelte artistiche. È il caso dell’attrice Lupita Nyong’o nel doppio ruolo di Elena e Clitennestra. I detrattori si aggrappano alla mancata fedeltà ai tratti fisici del personaggio mitico Elena, applicando categorie moderne di classificazione etnica e razziale, estranee al contesto del poema epico. Se si dà loro seguito, queste scelte dimostrerebbero la volontà di affermare idee progressiste e inclusive.

Mi chiedo allora se interpretare il film attraverso la sola categoria del woke non finisca per restringere il campo d’osservazione, riducendo l’opera a uno scontro schematico tra inclusione progressista e difesa della tradizione. Il confronto non richiede necessariamente competenze specialistiche, ma dovrebbe distinguere il giudizio sull’opera dall’appartenenza politica di chi la guarda. Le etichette politiche ci aiutano veramente a interpretare l’opera di Nolan o finiscono per sostituirsi all’interpretazione?

E perché una categoria politica contemporanea ha dominato il dibattito che ha preceduto l’uscita del film, prima ancora che si discutesse del valore cinematografico e letterario dell’adattamento?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *