Il corpo di Cassandra e il diritto di essere ascoltate

A Omnia Festival il confronto tra Giuseppina Torregrossa e Angela Iantosca sui diritti delle donne, il silenzio, la memoria e la responsabilità del racconto.

In/Giustizia per tutti, idee e storie e voci per interrogare il presente e costruire il futuro” è il titolo scelto quest’anno per “Omnia” il Festival del tempo, svoltosi a Gangi dal 12 al 14 Giugno. Un percorso di tre giornate intense per ragionare ed interrogarsi sulla giustizia giuridica, sociale, economica attraverso dibattiti, mostre e spettacoli. 

L’ultima giornata, dedicata ai diritti delle donne e al rapporto tra corpo femminile e potere maschile, ha ospitato la scrittrice Giuseppina Torregrossa e la giornalista Angela Iantosca in un talk dal titolo “Oltre l’oltraggio, il corpo di Cassandra”, condotto dalla giornalista Rosa di Stefano.
Giuseppina Torregrossa nel suo ultimo romanzo “Corta è la memoria del cuore” racconta una trama di relazioni affettive della famiglia Accoto. Una genealogia femminile che attraverso un secolo di storia tra silenzi, conflitti e rinascite chiede amore. Una storia di dolore trasmesso di madre in figlia. Teresa, la protagonista del romanzo, è l’occhio pesante, come lo definisce la scrittrice. Ma questa sua capacità di leggere oltre, di prevedere è negata, soffocata in dolore. Nel contesto utilitaristico e materialistico, narrato dall’autrice, in cui si dipana la storia dell’ultimo secolo, sembra emergere come educare alla cultura un mondo femminile risulti inutile e dispendioso.

L’altro libro è quello della giornalista Angela Iantosca che racconta la storia di 21 donne afghane rifugiate in Italia. Sono testimonianze di violenze nate nelle mura domestiche, nella lingua parlata, negli insegnamenti trasmessi alle bambine, nell’imparare a non chiedere ed a sopportare. Perché imparare il silenzio è imparare a sopravvivere.

Di fronte ad un pubblico numeroso, nonostante la luce abbagliante del sole, le storie delle due scrittrici hanno preso forma, diventando concrete, assumendo lo spessore di una realtà ancora oggi complessa. 

La giornalista Iantosca ha raccontato che l’idea di scrivere “Donne. Resistenza. Libertà. Storie di ventuno afghane in lotta per la vita” è nata per caso, in una scuola romana. Angela era stata inviata a parlare delle madri costituenti ma prima del suo intervento aveva ascoltato l’intervento di una giovane ragazza afghana. Quella testimonianza l’aveva scossa, aveva sentito, come lei stessa racconta durante il talk, quel fuoco del diritto che lega le persone di tutte le parti del mondo. 

Da quel momento la giornalista si è messa in contatto con l’organizzazione non governativa “NOVE Caring Humans” sentendo l’urgenza di raccontare queste donne mettendole in collegamento con le madri costituenti.

Angela e Giuseppina hanno raccontato due storie vissute in contesti diversi ma profondamente unite da una trama di dolore, da un bisogno di amore. Ci sono silenzi, dolori, vuoti che si tramandano come succede alle donne delle due storie legate da un destino comune, quello di un corpo usato come territorio da controllare. Allora la metafora del corpo di Cassandra che sa veder oltre ma è inascoltato e reso invisibile diventa il filo conduttore del talk.
Giuseppina Torregrossa lo ha raccontato attraverso la storia di tre donne siciliane educate al silenzio e ad abitare una rabbia corrosiva. Angela Iantosca con le storie di 21 donne afghane, ciascuna introdotta dal pensiero di una madre costituente. Le due storie hanno aperto una riflessione sul rapporto tra silenzio, identità e appartenenza quando la giornalista Rosa Di Stefano ha chiesto alle due scrittrici se il silenzio sia un’espressione universale femminile o la gabbia che ogni cultura costruisce.

Giuseppina Torregrossa
Penso che queste donne afghane, dopo aver subito il silenzio in patria e l’impossibilità di esprimersi, subiscono una seconda violenza quella della sostituzione della lingua, perché devono dimenticare i suoni del cuore per passare ai suoni della ragione, della sopravvivenza. Io so che quando mi hanno impedito di usare il siciliano mi hanno creato un problema. Non so se era una violenza, ma un problema me l’hanno creato perché io da piccola sono cresciuta col siciliano, vivevo in un paese dell’entroterra, non ero a Palermo. Arrivata a Palermo ho dovuto eliminare la mia lingua del cuore, e lo stesso mi è successo quando sono andata a Roma, parlavo solo italiano. Poi ho recuperato la mia lingua originaria per recuperare una zona emotiva della mia vita.

Angela Iantosca

Lo strappo della lingua in queste donne c’è pure. Queste donne però sono abituate ad imparare altre lingue. L’inglese per esempio è parlato quotidianamente, ma prima di entrare in una nuova lingua, in una nuova società, in una nuova cultura per comprenderla ed essere comprese ci vogliono anni. Voglio restituire uno spiraglio positivo rispetto a un arrivo, ad un approdo che ovviamente è sempre terribile. Saliha Sultan, una ragazzina che a 15 anni subisce un matrimonio combinato e che non ha avuto tempo di innamorarsi di nessuno. Quando è arrivata nel nostro paese, imparando l’italiano è riuscita finalmente a dare nome alle emozioni perché non sapeva cos’era l’amore. Finalmente ha le parole per definire le emozioni e collocarle al posto giusto.

Il confronto fra le due autrici è continuato con il tema della responsabilità nei confronti delle generazioni future come scrittrici, come donne, come narratrici aprendo uno dei passaggi più significativi dell’incontro. 

Giuseppina Torregrossa

Penso che in generale noi dobbiamo solamente il senso etico della vita e nel senso etico della vita poi c’è tutto, cioè la libertà, la capacità di scelta, l’autonomia, il senso della collettività, il progresso, l’andare avanti. Più del senso etico della vita e del lavoro non vedo nient’altro

Angela Iantosca

Coerenza. Io vado tanto nelle scuole, incontro ogni anno 30.000 ragazzi e quello che loro chiedono agli adulti è coerenza, ascolto. Se non sei una persona coerente loro lo vedono perché ti osservano. Chiedono ascolto perché gli manca e reagiscono all’ascolto sempre in maniera positiva. L’altra cosa che sento di dire è la memoria che si lega poi al racconto. Ci sono pezzi di storia anche contemporanea che i ragazzi non conoscono, è un debito di memoria che ci fa perdere tempo rispetto alle conquiste fatte. Quindi memoria e coerenza assolutamente e ascolto e impegno.

Sollecitate da Rosa Di Stefano su come scrivere di violenza senza trasformarla in spettacolo, evitando di fare diventare il dolore femminile un genere consolatorio, le due autrici si sono ritrovate a condividere una prospettiva comune.

Giuseppina Torregrossa

Il dolore non si trasforma in spettacolo quando tu lo affronti con verità e dignità. Spesso anche il parlarne troppo, ci fa perdere dignità. Non ho proprio la ricetta per questa cosa. Io ho provato a raccontare il dolore, talvolta anche scivolando nel ridicolo, proprio perché spesso chi legge, chi ti ascolta ha anche bisogno di uno spiraglio, perché altrimenti un racconto diventa claustrofobico. Poi ognuno ha la propria soluzione, il proprio modo di esprimersi, fermo restando che io considero la letteratura una specie di militanza per cui da certe forme di essa non si può prescindere. 

Angela Iantosca

Disarmando le parole, facendo una scelta attenta. Anche secondo me è proprio l’atteggiamento, la postura, la prossemica che non devono diventare spettacolo, altrimenti poi il rischio è di fare un po’ come la cronaca nera. Io credo che quando tu scrivi e te ne accorgi quando vai in giro e parli, c’è chi ti guarda in un certo modo, mentre tu dici determinate parole, e quella parola che ad una persona colpisce per qualcosa ad un’altra persona in quel momento fa bene in un altro modo e quindi siamo troppi per poter avere un linguaggio univoco e universale. 

Le donne raccontate da Giuseppina e Angela cercano la libertà e ci chiedono di custodire le conquiste ottenute, continuando a rivendicarne di nuove.

Dal confronto tra le due autrici sono emerse alcune parole chiave: memoria, ascolto, responsabilità. Strumenti necessari per respingere la violenza e tutte quelle forme di esclusione che continuano a rendere invisibili le donne.

Marisa Di Simone

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