Un patrimonio vivente tra gusto, tradizione e condivisione
Nel calendario civile del nostro Paese esiste una data che suscita insieme orgoglio e senso di responsabilità: il 10 Dicembre, giorno in cui l’UNESCO ha annunciato l’inserimento della cucina italiana nel patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Non si tratta di un riconoscimento attribuibile a un singolo piatto, a una ricetta o a una tradizione specifica, bensì a un’identità collettiva. Al centro vi è l’intima relazione che noi italiani intratteniamo con il cibo e con il nostro modo di stare a tavola.
Tuttavia, questo legame non può essere compreso appieno senza considerare usi, abitudini e ritualità che affondano le loro radici nella sostenibilità e nella diversità bioculturale. Esiste una storia culinaria fatta di ricette antispreco, di una trasmissione spesso gelosa di saperi e memorie tra generazioni, che non possiamo ignorare se intendiamo definire la nostra “italianità”.
È una filosofia della condivisione, un’occasione di confronto, un modo per ritrovare e rinsaldare legami familiari e amicali. Un vero e proprio banchetto delle relazioni che umanizza il tempo e gli scambi affettivi, e che Dante avrebbe celebrato come banchetto della conoscenza. La cucina italiana si traduce così in attenzione verso l’altro, in cura delle relazioni, in uno spazio di connessione empatica che supera la prassi del meccanico “far da mangiare” per promuovere memoria, appartenenza e ospitalità.
L’UNESCO definisce questa espressione sociale patrimonio culturale immateriale, o patrimonio vivente, poiché essa rispecchia e al tempo stesso influenza il nostro sguardo sul mondo. Ciascuno di noi ha la responsabilità di trasmetterla alle generazioni future, affinché possano essere mantenuti e sviluppati il dialogo e la comprensione reciproca.

La candidatura della cucina italiana a bene immateriale è stata proposta dal Governo italiano attraverso il Ministero della Cultura e il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, su iniziativa della Fondazione Casa Artusi di Forlimpopoli, dell’Accademia Italiana della Cucina e della rivista La Cucina Italiana. Un percorso avviato nel 2020 e durato cinque anni, conclusosi con la presentazione del dossier “La cucina italiana, tra sostenibilità e diversità bioculturale”.
Ad accompagnare la candidatura, un logo ufficiale e un brano musicale scritto da Mogol su musica di Oscar Prudente, dal titolo “Vai Italia“, interpretato da Al Bano insieme al Coro di Caivano e al Coro dell’Antoniano.
Il logo, realizzato dagli allievi della Scuola della Medaglia dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, raffigura la mano esperta di un cuoco intento a “spadellare” una pietanza sospesa. Gli ingredienti, uniti a formare un ponte custode di affetti e tradizioni storiche, simboleggiano i beni culturali del nostro Paese. Il significato dell’immagine è esplicitato nella didascalia: “Io amo la cucina italiana”.

Il riconoscimento promosso dall’UNESCO si è inoltre arricchito di un’ulteriore risorsa: la nascita dell’Osservatorio Internazionale sulla Cucina e il Buon Gusto Italiano, a cura della Fondazione Casa Artusi. Un centro di monitoraggio e ricerca dedicato alla tutela e alla valorizzazione del mosaico di identità gastronomiche, culturali e locali che rendono unico il nostro Paese.
La cucina italiana non è l’unica a occupare una posizione di rilievo nel panorama culinario internazionale. Negli anni precedenti, infatti, hanno ottenuto il medesimo riconoscimento altre identità gastronomiche, tra cui la cucina tradizionale messicana (2010), il pasto gastronomico dei francesi (2010), il Washoku giapponese (2013) e la Dieta Mediterranea (2010).
Il cibo è una risorsa identitaria fondamentale per un Paese: ad esso si legano affetti, memoria, ricorrenze, competenze artigianali e tecnologiche. Un patrimonio che richiede impegno, ricerca, formazione e regole condivise, affinché non si riduca a un insieme fragile di meccanismi puramente abitudinari.
Marisa Di Simone