Allusività e raffinatezza nei romanzi di Maria Teresa Giuffrè
Nata a Messina nel 1931, vive a Roma dove, per decenni ha diretto la sede romana della casa editrice Giuffrè. Laureata in lettere classiche, diplomata in pianoforte, collabora a giornali e riviste letterarie. Esordisce nella narrativa con La veglia di Adrasto, subito premiato come Opera Prima del premio Elsa Morante, Isola di Arturo, poi anche Premio Savorese. Con l’altro romanzo I colori della Mattausa (1994) selezionato allo Strega, ha vinto il premio Vittorini. Altre opere principali: L’occhio sinistro (1982). Maria Teresa Giuffrè è arrivata al pieno della sua maturità intellettuale dopo avere a lungo diretto un’importante sede editoriale a Roma e collaborato a riviste specializzate di cultura e filosofia, su cui tuttavia scrive. I tre libri finora pubblicati disegnano un chiaro percorso ideologico e poetico che va dalla ricostruzione esistenziale motivata dalla/nella storia alla ricerca delle ragioni intime dell’esistere nella nostra contemporaneità. Infatti, La veglia di Adrasto è una macro-metafora notturna che narra dei colloqui-soliloqui di Adrasto, il primo documentato custode della colonna antonina con Marco Aurelio. Il tempo notturno è agevole per la epifania di personaggi storici come Trifena, la libertà amata dall’imperatore, Faustina, la bella e dissoluta imperatrice, Commodo, Marcia e lo stesso Marco Aurelio. Nelle pieghe della storia si nascondono domande esistenziali che la narrativa della Giuffrè ha imparato a fare in tempi a lei contemporanei. Già nel libro d’esordio ci sono molti passi in cui è voluta confusione tra l’Adrasto del 193 d.C. e l’io narrante alla soglia del 2000 interessato alla speculazione filosofica di Marco Aurelio ed alla sua attualizzazione. Il piano dell’io-narrante si inframmette con quello dell’io-osservante emesso dalla polvere del tempo: la statua di Marco Aurelio è il correlativo oggettivo di una convinzione che fa del tempo storico una variante da cui non dipende l’essenza stessa delle cose. Esiste come un presente eterno, il tempo immobile che rende uguali tutte le cose, quelle passate e quelle future. Con il secondo romanzo, L’occhio illustro del cielo, la Giuffrè trova il coraggio di tentare un protagonista femminile: Milena scandisce il proprio tempo con pleniluni e noviluni; e la luna è forse la vera protagonista del romanzo disseminato di brani sulla luna tolti da diverse culture, vere presenze meta diegetiche che non meravigliamo il lettore della Giuffrè che già in La veglia di Adrasto, aveva riconosciuto un posto preminente alle sceme notturne, illuminate dalla luna, vera divinità propiziatoria che presiedeva ai colloqui di Adrasto con Marco Aurelio. Con l’ultimo romanzo I colori della mattausa, assistiamo ad un ulteriore approfondimento della tematica esistenziale dei personaggi davanti alle domande etiche della vita e della morte: la Sicilia in parte autobiografica anche per la circostanza che vede il protagonista tornare a Palermo per un premio letterario (lo stesso preso dalla Giuffrè col primo romanzo) è l’occasione di meditazioni filosofiche davanti all’affresco palermitano del Trionfo della morte ma offre anche input narrativo per una coraggiosa e riaffermata difesa della vita, valore che riscatta tutti i pessimismi. La memoria di cui il protagonista si avvale per ripercorrere la propria infanzia siciliana e soprattutto per rivivere il legame con il nonno, non è più foriera di malinconie aperte alla morte come per Milena, viceversa rafforza la volontà e la bellezza del vivere. Vero messaggio fondante di quest’ultimo libro. Di stile molto raffinato e controllato i romanzi della Giuffrè sembrano costruiti sulla convinzione, più volte espressa dall’autrice, di come la scrittura segna un’armonia e un ritmo quasi musicale.
La presenza di forti sentimenti connota i protagonisti in maniera sottintesa e allusiva, propria di tutta la narrativa della Giuffrè.
Mariza Rusignuolo