“Nella Tana Del Riccio” Di Sandra Vita Guddo

Già il titolo “Nella tana del riccio” è indicativo della trama del romanzo. Il riccio scava infatti la sua tana nella profondità del terreno o in anfratti profondi e diventa nel testo metafora del tentativo dell’autrice di scavare nell’inconscio delle tre protagoniste per dare forma e significato a ciò che va al di là della conoscenza e della ragione umana e che è afferente a ciò che Freud definisce come “perturbante”.

L’asse narrativo del romanzo ruota intorno a tre donne, Nilla, Maria Luisa, Rita, vissute in epoche diverse e differenti per estrazione sociale e temperamento, ma accomunate da una profonda inquietudine interiore. La prima è un’aspirante insegnante di musica che insegue il sogno di una cattedra stabile nella scuola per l’insegnamento di pianoforte, la seconda è una donna vissuta nei primi anni del Novecento che ama profondamente la musica, la cui vita è segnata da un evento tragico e da un epilogo violento, la terza, Rita è una donna vissuta nell’indigenza che ha perduto il marito in circostanze poco chiare, la cui figlia suona divinamente il pianoforte pur non avendo mai, all’apparenza, preso lezioni di piano. Lo strumento, dunque, ossia il pianoforte, diventa il leit motiv che unisce le tre storie delle protagoniste, i cui destini, paradossalmente, finiscono col convergere. Nella prima parte del libro l’autrice tratteggia, con accurate descrizioni e con fine tocco psicologico, i profili delle tre protagoniste scandagliandone l’animo. E’ nella seconda parte del romanzo che si ha il progredire dell’azione. Nilla ben presto coronerà il suo sogno sotto il profilo professionale e sentimentale e avrà come alunna Caterina, figlia di Rita, una bambina introversa ma piena di talento che ha con lo strumento una dimestichezza profonda, in discrasia col suo status sociale. Un alone di mistero impenetrabile circonda Caterina che Nilla prende a cuore ripromettendosi di scoprire il mistero che si cela in quella famiglia. Con fare da detective mette in atto il suo piano e, presentatasi a casa di Caterina, scopre che una presenza inquietante, metafisica, abita la casa della bambina ricattando tutta la famiglia e tenendola prigioniera. Chi sarà mai e perché si è installata in quella casa? L’autrice ci dà degli indizi per guidare il lettore in un’atmosfera di suspence a trovare il bandolo della matassa. La bravura di Sandra Guddo consiste nel sapersi muovere con duttilità dal genere realista al genere fantasy, al paranormale sullo sfondo di una Palermo che viene quasi zoomata da diverse angolazioni con i suoi palazzi dal passato storico come il Palazzo Chiaramonte Steri, sede un tempo dell’inquisizione spagnola, con le piazze, le strade, le vie, i sobborghi, i monumenti e che cambia volto a seconda dell’epoca in cui è ambientata la storia delle tre protagoniste. Ed ecco allora la storia di Nilla, docente di una scuola del rione “Medaglie d’oro “di Palermo con le sue ansie quotidiane che, consapevole del suo ruolo didattico-educativo, lo svolge con scrupolo adoperando una didattica inclusiva per Caterina, alunna chiusa in sé stessa come riccio, per niente comunicativa ma che muove le mani sul piano come guidata da una forza sovrannaturale, o ancora la storia di Maria Luisa che, nella prima parte del romanzo, viene presentata in una carrozza d’altri tempi e in una Palermo blasonata ma infestata dai briganti, ed infine la storia di Rita, storia di miseria e di stenti vissuta prima in una baracca sul fiume Oreto, poi in un appartamento inquietante in cui giornalmente si sente suonare un pianoforte anche se non c’ è nessuno in casa.

La narrazione è arricchita da inserti storici, filosofici, musicali e mitologici che connotano la cultura dell’autrice, che spazia in più ambiti superando ogni confine di genere e sfociando in un ibridismo pluridiscorsivo . La novità della prosa dell’autrice però, rispetto alle sue precedenti fatiche è quella di mettere in discussione tutto un universo di convinzioni e convenzioni rassicurante e tranquillo per accedere negli spazi tenebrosi dell’inatteso, del perturbante che si manifesta in modo imprevedibile come afferma lo stesso Kafka ne “Le Metamorfosi”. Si sgretola, tout court, quel muro indefinito che ci divide dall’oltre e, in questo tentativo di superare la finitudine umana si sentono inevitabili echi delle filosofie di Nietsche, Kant e Heidegger che inducono il lettore a problematizzare e problematizzarsi nonché a profonde riflessioni che aprono finestre impalpabili sull’arcano, sul metafisico, sull’incognito, sul mistero. Tali contenuti sono esposti con ricercata strategia narrativa e accentuato virtuosismo stilistico. L’autrice destruttura, infatti, l’impianto narrativo tradizionale in cui le sequenze sono cronologicamente ordinate, operando uno scarto tra fabula ed intreccio e inserendo flash back memoriali, dialoghi serrati, ampie descrizioni e riflessioni. La narrazione, inoltre, procede a quadri, con una tecnica quasi cinematografica, in cui l’autrice monta sapientemente le varie sequenze narrative combinando una successione di storie all’apparenza slegate, nella prima parte, ma che si rivelano visibilmente interconnesse nella seconda parte del romanzo. Ciò che attrae il lettore, inoltre, è il sapiente uso che della lingua fa la scrittrice adottando ciò che Tolkien definisce il “vizio segreto” di un buon narratore e che consiste nella scelta oculata di suoni, nell’uso cadenzato di figure retoriche come ossimori, anafore, anacoluti che conferiscono musicalità, rendendo ogni pagina fruibile e piana per fluidità e ritmo. Su tutta la narrazione poi, emerge il punto di vista dell’autrice. Lei si eleva al di sopra dei suoi personaggi, in particolare di Nilla, che ha un ruolo preponderante nel testo e sembra che, abbandonando la sua fisicità, la accompagni, quasi suo alter ego, nel districarsi della storia. Ed ecco emergere dalle pagine un affresco di Palermo su cui l’autrice punta il suo sguardo appassionato, con i mercati affollati e pieni di vita, con le ataviche tradizioni anche gastronomiche, con il trionfo di piatti e dolci tipici. Nel testo allora, la scrittura si sostanzia di un caleidoscopio di suoni, forme, colori che sfumano l’atmosfera del “perturbante” avvolgendola di “normalità” rendendola accattivante e coinvolgente.

E “la scrittrice”, direi con Sandra Petrignani, “abita qui” nel senso che abita le sue pagine corroborandole di un alone di seduttivo e fascinoso mistero con un finale a sorpresa. Come Chagall ci immerge in affascinanti atmosfere oniriche mentre, mediate dal personaggio di Nilla, traspaiono le sue sensazioni, il suo sentire, il suo amore per la storia, per la filosofia, per la mitologia, per l’insegnamento. Le immagini dei luoghi della “sua” città si sovrappongono, si intersecano, creando un tempo fatto di remote memorie e ogni luogo, investito della sua carica emotiva, si trasforma in simbolo. Il testo è dunque il sismografo del suo sentire e della sua visione del mondo in cui suoni, colori, profumi della Sicilia prendono forma ammaliando il lettore. Il suo è l’esperimento narrato di un realismo metafisico in cui si mescolano inspiegabilmente e si sovrappongono due piani, il reale e il paranormale e in cui le coordinate spazio-temporali finiscono per annullarsi creando un mondo dove tutto è possibile .

A lettura conclusa inesorabile il lettore si pone una domanda: esiste un’altra dimensione che non è la nostra? Fuori da questo nostro involucro c’è un oltre? E allora mi piace concludere con un’affermazione de “I giganti della montagna” di Luigi Pirandello in cui il mago Cotrone, nel terzo atto dell’opera, espone il suo pensiero “…..Vivono di vita naturale, altri esseri di cui nello stato normale noi uomini non possiamo aver percezione, ma solo per difetto nostro, dei cinque nostri limitatissimi sensi […]” Cotrone si riferisce ai fantasmi e, rivolgendosi alla contessa Ilse afferma: “Se lei contessa vede ancora la vita entro i limiti del naturale e del possibile, l’avverto che lei qua non comprenderà mai nulla. Lontano dai limiti, solo gli artisti veri e coloro che rappresentano la poesia, riescono a dissimulare il mondo costrittivo, la realtà apparente e a trascenderla”.

Proprio come ha fatto Sandra Guddo che, con questo libro, trascendendo la realtà sensibile e immettendo il lettore in un mondo metafisico, ci ha regalato un’opera narrativa intrisa di pregnante poesia o, per dirla con Pessoa, “di una poetica di sensazioni”.

Mariza Rusignuolo

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