Intervista al regista Nello La Marca condotta da Mariza Rusignuolo
D . – Ci espone qual è stata la genesi del film “ La terramadre” ?
R . –La Terramadre nasce da un’idea di cinema che vuole recuperare un rapporto diretto con il territorio, recuperare l’eredità di un certo cinema italiano che in questa direzione si muoveva nel periodo, ad esempio, del neorealismo. “La terra trema” di Visconti, in particolare, è stato un modello di riferimento fondamentale. Ciò in un momento come i primi anni 2000, in cui certo cinema (e la televisione!) sembravano imporre un proprio immaginario globalizzato. Nella Terra trema Visconti pratica un
cinema che, piuttosto che imporre un suo immaginario, lo scopre tra la gente, partendo da
un rapporto prioritario con il territorio.
Noi siamo andati a Palma senza una sceneggiatura ne un soggetto preconfezionati. Abbiamo lavorato per molto tempo sul territorio, raccogliendo le storie che i palmesi ci raccontavano, facendo un’operazione di recupero dell’immaginario collettivo palmese. Queste storie, questa frequentazione intensa del territorio, ci hanno fornito il materiale per sceneggiatura frutto della creatività degli autori coinvolti, ma nata da un’operazione lunga e collettiva a cui i Palmesi hanno contribuito attivamente.
D. – Quali registi sono stati per lei un modello e fonte di ispirazione mentre girava le scene del film ?
R . Come già detto, il riferimento principale è stato “La terra trema” di Visconti, tra i registi italiani contemporanei ammiravo molto Gianni Amelio, che ha dimostrato come parlare di una realtà regionale sia un modo straordinario per raccontare l’universale umano. Un altro regista che, per il suo modo di lavorare, è stato un mio punto di riferimento è Jorge Sanjines, un regista boliviano poco conosciuto in Italia, che ha svolto un lavoro straordinario raccontando, proprio partendo da un lavoro sul territorio, storie e problemi delle diverse etnie della sua terra.
D. – Come è nata l’idea di una collaborazione con la scrittrice Evelina Santangelo ?
R .- Dopo avere raccolto il materiale sul territorio di Palma di Montechiaro era necessario un intervento creativo esterno che, con la sensibilità necessaria rimettesse ordine al materiale e strutturasse la storia. Conoscevo Evelina ed il suo lavoro e mi è sembrata la persona più adatta. Scelta che si è rivelata assolutamente azzeccata.
D . – I protagonisti del film si esprimono in dialetto siciliano . Durante la proiezione
come si è superato il problema di decodificazione linguistica a livello nazionale? E internazionale?
R. – Il film è stato sottotitolato sia in italiano che in altre lingue
D. – Quali le differenze sostanziali a livello di trama, personaggi ,ambientazione
dal testo “ Senzaterra “ di Evelina Santangelo ?
R. A questa domanda risponde molto bene Evelina Santangelo in una sua intervista a questo link:
https://www.academia.edu/76305185/Raccontare_lo_sradicamento_nel_romanzo_Se
nzaterra
D . – Perché ha deciso di intitolare il film “ La terramadre “ e non la “ Madreterra” attribuendo una forte connotazione al sostantivo terra piuttosto che a madre e ricorrendo all’insolito artificio di unificare i due lessemi ?
R. – La Terramadre racconta storie di emigrazione, storie di chi è stato costretto a vivere il dramma dell’abbandono della propria terra, dello sradicamento, della negazione di un legame intimo e, per molti aspetti difficile da comprendere, con il luogo in cui si nasce. Gaetano, il protagonista, crede di sentirsi legato alla sua terra perché c’è sepolta sua madre ma, in realtà ciò che lo lega ai suoi luoghi è molto altro.
Il film cerca di interrogarsi appunto su questo misterioso legame con la terra e il suo gioco drammaturgico lavora proprio raccontando un triplice rapporto con la terra: quello di Gaetano che non vuole abbandonare la sua “madre-terra”, quello del migrante Alì, orfano della terra da cui è stato espulso, mentre un altro dei personaggi, il padre di Gaetano, ha deciso di ripudiare una terra che per lui è stata matrigna.
Si aggiunga a ciò che l’assonanza di Terramadre con il titolo viscontiano – a cui, come si è
detto, ho continuamente fatto riferimento nel costruire il film – vuole anche esser un
omaggio implicito a quell’opera.
D. – Pensa che il successo del film sia da attribuire alla modernità della tematiche
trattate ( emigrazione , solitudine , emarginazione ) o al modo di raccontarle ?
R. – Non so cosa abbia principalmente colpito coloro che hanno apprezzato il mio film, probabilmente, di certo, il tema dell’emigrazione, “l’epica dei nostri tempi”, come l’ha definito qualcuno, ha suscitato interesse (ed il nostro è stato il primo di una serie di film prodotti sul tema negli anni successivi). Io però spero di essere riuscito a far passare qualcos’altro, La figura di Alì (il migrante che, disorientato non sa che strada prendere, dove andare) per esempio può assumere un valore simbolico e rappresentare la condizione umana del mondo attuale in cui tutti viviamo la difficoltà di progettare il nostro futuro, di avere anche l’illusione di un progetto, e il migrante è la metafora concreta di questo tipo di realtà
che Marc Augè ha definito della surmodernità, un mondo complesso che però ha costretto i suoi abitanti a non potere più avere un futuro da progettare.
D. Come ha vissuto i numerosi riscontri in campo cinematografico e i premi
attribuiti al film in vari concorsi, mostre e festival cinematografici ?
R. – Spesso con grande sorpresa! Ma ovviamente con soddisfazione e con il pensiero costante a tutti coloro che hanno lavorato con me, e senza i quali “La Terramadre” non si sarebbe potuto realizzare. Un film è sempre frutto di un lavoro collettivo!
D. Ringraziandola per avere accettato il mio invito vorrei chiederle quali sono i suoi
progetti futuri in campo cinematografico
R. Per adesso solo quello di guardare mia figlia che cresce