“La Mennulara” di Simonetta Agnello Hornby
“La Mennulara” è il romanzo di esordio di Simonetta Agnello Hornby. L’autrice propone una storia ricca di segreti e passioni. Il romanzo sfrutta gli enigmi del romanzo giallo ambientato nella Sicilia del dopoguerra con le sue leggi, i suoi codici, le sue contraddizioni ma, soprattutto, la Sicilia dell’onore e dell’omertà, un mondo dove la mafia ancora spadroneggia e dove chi prova a ribellarsi finisce spesso male.
Si tratta di un romanzo che rimanda alla grande tradizione romanzesca siciliana ma anche a quel filone della letteratura al femminile di impronta squisitamente meridionale. Il testo si apre con una scena di morte, quella di Maria Rosaria Inzerillo, “La Mennulara”,ossia raccoglitrice di mandorle, il personaggio intorno a cui ruota tutta la storia. Dopo la morte del padre Luigi Inzerillo, è stata lei a mandare avanti la
famiglia e a curare la madre, Nuruzza Inzerillo e la sorella Addoloratina, entrambe malate di tubercolosi. Inizia pertanto a lavorare come “criata” cioè come cameriera nella famiglia ricca di un tipico paese dell’entroterra siciliano, aggrappato alle coste della montagna, Roccacolomba. La sua storia ci viene raccontata dall’autrice attraverso le vicende successive alla sua morte, avvenuta nel 1963. La storia della
Mennulara è come un mosaico che i personaggi interpellati cercano di ricostruire: il mafioso, il prete, il medico, l’avvocato, l’impiegato delle poste comunista, la cameriera, i vecchi del Circolo della Conversazione e, ognuno di essi, porta la propria tessera indispensabile per ricostruire il mosaico.
La Mennulara aveva servito casa Alfallipe prima come cameriera poi, dopo la morte del capo famiglia Orazio
Alfallipe, suo amante, aveva gestito in gran segreto le ricchezze familiari, salvando i suoi padroni dalla catastrofe economica. I figli di Orazio, Gianni, Lilla e Carmela, dopo la morte del padre si disperdono e la Mennulara al fine di obbligarli a visitare assiduamente la madre ricorre a un costoso stratagemma: si offre di corrispondere ai tre fratelli una sorta di stipendio il giorno venticinque di ogni mese, purché si rechino
a Roccacolomba per percepirlo. Ogni qualvolta non avessero adempiuto alla sua imposizione, avrebbero dovuto rinunciarvi in quanto “era una somma di denaro non insignificante e un po’ di soldi facevano comodo a tutti”, così le visite dei tre figli alla madre si fecero assidue e puntuali. La mennulara muore e la vedova di Orazio, Adriana e i tre figli si aspettano di trovare nel testamento l’eredità del suo patrimonio.
Invece del testamento, però, trovano il necrologio scritto dalla stessa Mennulara con la richiesta di far celebrare il suo funerale a loro spese come ringraziamento per tutti gli anni di servizio nella loro casa. Dopo il funerale, la signora Adriana, Lilla, Gianni e Carmela ricevono una prima lettera nella quale la Mennulara rivela l’esistenza, nella vecchia libreria del padre, di vasi greci autentici di inestimabile valore. Dopo una sorprendente e faticosa caccia al tesoro, Lilla, Gianni e Carmela si accorgono che
i vasi sono delle meschine imitazioni e li distruggono gettandoli a terra. Accesi di rabbia rovistano ancora nella libreria e trovano una serie di vasi identici ai primi e li distruggono. Scopriranno con l’arrivo di un’altra lettera che la seconda serie di vasi era quella autentica. La prima serie doveva servire solo per il ritiro del certificato che ne consentiva il trasporto. Delusi e corrosi dalla rabbia i tre giovani e la madre si
rassegnano. L’immagine della Mennulara appare opaca, dai contorni indefiniti e solo nelle ultime pagine dell’appassionante romanzo si scoprirà il suo vero segreto. La bravura della scrittrice Simonetta Agnello Hornby sta nell’avere evitato di fare del personaggio della Mennulara, una vittime della sua storia ma soprattutto di aver creato un personaggio allo stesso tempo vero e grande. Lo stile dell’autrice è fluido,
l’ambientazione e i personaggi realistici e la scelta di raccontare le vicende presenti e passate a più voci permette al lettore di calarsi pienamente nel paesino siculo e partecipare alla vita dei suoi abitanti. Il romanzo, tout court, si connota per le strategia narrativa , ricca di colpi di scena talvolta umoristici e di numerosi flashback memoriali. Il testo, pagina dopo pagina, si dipana come un grande affresco della
Sicilia degli anni Sessanta e ci racconta tracce di un arcaica immobilità che comincia a traballare sotto i colpi del cambiamento, con inserti dialettali che lo rendono un prezioso scrigno delle nostre radici socio- culturali ed antropologiche.
Mariza Rusignuolo