LA CERAMICA DIMENTICATA DEI FLORIO RIVIVE IN UN MUSEO DI PALERMO

In un elegante appartamento vicino al tribunale di Palermo alcune vetrine raccontano una storia poco conosciuta della città. Piatti decorati, servizi da tavola, brocche: sono le ceramiche della manifattura Florio, una delle tante avventure imprenditoriali della famiglia che tra Otto e Novecento trasformò Palermo in una capitale economica del Mediterraneo.

Il Museo della Ceramica Florio e delle Arti Decorative, nato nel maggio 2025 grazie all’iniziativa dei collezionisti Vincenzo Profetto e Antonino Lo Cascio, custodisce oggi una ricca collezione di quelle produzioni. Attraverso l’Associazione ARTEVIA A.P.S. i fondatori promuovono la conoscenza della ceramica e delle arti decorative, offrendo al pubblico un percorso che attraversa storia, bellezza e imprenditoria.

Per capire come nacque questa fabbrica bisogna tornare alla Palermo della fine dell’Ottocento. In quegli anni la città viveva una stagione di grande trasformazione. Una borghesia imprenditoriale in forte crescita costruiva ville e palazzi lungo i nuovi assi viari, mentre il gusto per gli arredi eleganti si diffondeva nelle case della classe emergente. Mobili, carte da parati, sculture, dipinti e ceramiche diventavano simboli di modernità e di prestigio sociale.

Nel 1884 Ignazio Florio senior, insieme ai fratelli Varvaro, fondò una società per la produzione di ceramiche. Lo stabilimento sorse in via dei Fossi, vicino ai cantieri navali, mentre la vendita dei prodotti era affidata al negozio dei Mucoli in corso Vittorio Emanuele.

In Sicilia però la produzione locale di maioliche non riusciva ancora a soddisfare il gusto delle famiglie più ricche. I servizi da tavola più prestigiosi arrivavano soprattutto dalla Francia, dall’Inghilterra e dal Nord Italia. Ignazio Florio intuì che proprio in quel vuoto di mercato si nascondeva un’opportunità. Produrre ceramiche direttamente a Palermo avrebbe permesso di ridurre i costi e conquistare una clientela sempre più attenta al gusto e alla qualità.

La fabbrica si avvalse presto della collaborazione di artisti importanti. Tra questi lo scultore Francesco Grifo Saporito, apprezzato anche negli ambienti dei Savoia e in seguito maestro di Antonino Ugo e Rocco Lentini.

Alla morte del padre, Ignazio Florio junior decise di ampliare l’attività trasferendo lo stabilimento in piazza Principe di Camporeale, dove fu costruita una fabbrica più grande e moderna su progetto di un ingegnere francese. Da qui le ceramiche Florio iniziarono a circolare non solo in Italia ma anche in diversi paesi europei e perfino negli Stati Uniti. I transatlantici della compagnia Florio contribuivano a ridurre i costi di trasporto e a raggiungere mercati sempre più lontani.

Il successo della manifattura palermitana non passò inosservato. Tra coloro che guardarono con attenzione a quella nuova realtà industriale c’era anche il marchese Carlo Ginori, proprietario di una delle più celebri fabbriche di ceramiche italiane. La curiosità lo spinse a inviare due emissari a Palermo per osservare da vicino la produzione della fabbrica Florio e, se possibile, scoprirne i segreti.

I primi anni del Novecento segnarono il periodo d’oro dell’azienda. Tra i collaboratori figurava anche Ernesto Basile, uno dei protagonisti dell’architettura Liberty.

Il marchio della manifattura era un cavalluccio marino, simbolo legato al mare e alla navigazione che richiamava l’universo commerciale dei Florio, fatto di rotte mediterranee e traffici internazionali. Il cavalluccio compariva inizialmente sulle stoviglie delle navi della compagnia Florio e divenne presto il segno distintivo della produzione ceramica.

Intorno a questo simbolo è nata anche una curiosa leggenda: si racconta che Vincenzo Florio avesse tatuato un cavalluccio marino su una natica accanto alla famosa tartaruga di Rapiditas. Un aneddoto forse apocrifo ma perfetto per evocare lo spirito di una famiglia che fece del mare la propria strada commerciale.

Con lo scoppio della Prima guerra mondiale la crisi economica investì anche la manifattura. L’azienda venne ceduta alla Ducrot, storica fabbrica palermitana di mobili, e cambiò denominazione diventando “Società anonima ceramiche”. Il nome Florio scomparve dalla direzione, ma il marchio del cavalluccio marino continuò a comparire sulle produzioni.

Oggi della fabbrica restano soprattutto fotografie e pochi documenti. L’edificio venne definitivamente distrutto nel 1979 e per molti anni la memoria della ceramica Florio sembrò scomparire insieme alla fabbrica.

Le sale del museo palermitano permettono però di ricostruire quella storia. Piatti, servizi da tavola e oggetti decorativi raccontano una stagione in cui industria, arte e gusto dialogavano tra loro. Oltre alla collezione della ceramica Florio il museo ospita anche imperdibili produzioni di manifatture italiane storiche.

Dall’8 marzo al 12 aprile 2026 il museo ospita anche un evento speciale: l’esposizione di un ritratto inedito di Franca Florio, datato 1895 e firmato da un misterioso “G. Rapp”, proveniente da una collezione privata. Accanto al dipinto, fotografie d’epoca completano l’esposizione.

Marisa Di Simone

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