Lo Scuru, la Sicilia come paesaggio della coscienza

Lo Scuru, esordio nel lungometraggio del regista Giuseppe William Lombardo, appartiene senza esitazione alla categoria dei film che  fanno di un territorio una struttura mentale.

Fin dalle prime sequenze è chiaro che la Sicilia non è soltanto il luogo in cui la storia si svolge: è la materia stessa del racconto. Una terra stratificata, dove il tempo non procede in linea retta ma si deposita come sedimento, accumulando superstizioni, traumi e memorie collettive. È dentro questa geologia morale che si muove il protagonista Raz, figura inquieta la cui mente diventa il vero campo di battaglia del film.

Lombardo costruisce il racconto come una sorta di archeologia del male. Al livello più profondo si trovano le pratiche magiche e rituali della tradizione popolare siciliana, fatture, malocchio, riti ancestrali che appartengono a un sistema simbolico antico quanto l’isola. Sopra questo strato si innesta il linguaggio contemporaneo della psichiatria: la diagnosi di schizofrenia tenta di tradurre in termini clinici ciò che un tempo sarebbe stato letto come possessione o maledizione.

Ma il film introduce anche un terzo livello, più sorprendente e radicalmente contemporaneo: quello dei rituali juju legati alla tratta delle donne migranti. Qui il soprannaturale diventa uno strumento di controllo psicologico, una catena invisibile costruita attraverso la paura. Il risultato è una stratificazione narrativa che mette in dialogo tre diverse grammatiche del male, tradizione, scienza, migrazione suggerendo che, al di là dei linguaggi, l’esperienza umana della paura resta sorprendentemente simile.

La scelta del bianco e nero rafforza questo impianto concettuale. Non si tratta di un esercizio stilistico ma di una dichiarazione poetica: la Sicilia di Lo Scuru è privata del colore folkloristico con cui spesso viene raccontata. Rimangono soltanto luce e ombra, memoria e presenza. La fotografia dialoga apertamente con l’immaginario visivo di Ferdinando Scianna, che ha saputo rappresentare come pochi la dimensione rituale e arcaica dell’isola.

Anche il paesaggio gioca un ruolo decisivo. Le distese brulle tra Butera e Gela non funzionano come semplice ambientazione ma come parte integrante del racconto: una terra aspra, quasi minerale, che sembra custodire dentro di sé le tracce di una storia mai del tutto pacificata.

Tra le sequenze più intense del film ci sono quelle legate al mare e alla tragedia delle migrazioni. Lombardo sceglie una regia ellittica: più che mostrare, suggerisce. Il dolore non viene esibito ma evocato, lasciando allo spettatore lo spazio e la responsabilità di completare l’immagine.

È proprio qui che Lo Scuru supera i confini del genere. Pur utilizzando alcune suggestioni dell’horror mediterraneo, il film si muove in realtà in un territorio più ampio, dove il soprannaturale diventa una chiave per interrogare la memoria collettiva e i traumi ereditati.

Il finale, volutamente sospeso, rifiuta qualsiasi soluzione consolatoria. Non offre una risposta definitiva al conflitto che attraversa il protagonista. Propone piuttosto una possibilità: quella di una fragile luce che attraversa il buio senza cancellarlo.

Per un’opera prima, Lo Scuru sorprende per maturità e consapevolezza visiva. Giuseppe William Lombardo dimostra di possedere una visione precisa e ambiziosa, capace di tenere insieme riflessione sociale, dimensione simbolica e potenza cinematografica.

Il risultato è un film che non cerca di rassicurare lo spettatore, ma di accompagnarlo in un territorio ambiguo dove mito, psicologia e realtà convivono senza confini netti. Una Sicilia non da cartolina, ma da esplorare come si esplora una memoria: lentamente, con rispetto, sapendo che sotto ogni superficie può emergere qualcosa di inatteso.

Lo Scuru non è semplicemente un film sull’oscurità.

È un film su ciò che resta nell’ombra quando una terra  e la sua storia continuano a vivere dentro chi la abita.

Rosa Di Stefano

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