La lucertola color smeraldo di Evelina Santangelo

La lucertola color smeraldo, seconda fatica della scrittrice Evelina Santangelo, pubblicato dalla casa editrice Einaudi (2003), conferma le qualità che la scrittrice ha messo in luce già nei racconti facenti parte della silloge “L’occhio cieco del mondo”. Il male di vivere di Ivan, il giovane protagonista della storia, incontra nella sua giovane età dapprima il corpo sventrato di una verdissima lucertola, poi l’urlo disperato di una ragazza stuprata. Ad Ivan, ferito da tante spine dell’infanzia, dopo la morte del nonno-maestro, accade di essere squassato nell’adolescenza da un’esperienza delirante, assistere, non visto, dai rovi di un cespuglio, muto ed impotente, allo stupro di una ragazza sconosciuta. Da quel momento, a
causa di quello sguardo sghembo e di quel silenzio di fango sulla realtà allucinata della violenza, cercherà in ogni modo di urlare una storia di dolore, la storia di Irene, il nome che ha dato alla ragazza violentata, e di Ivan, il suo doppio e il suo contrario, di sua madre e della madre di Irene.
Sono le storie di un mondo lacerato e ad accompagnarle è presente, un correlativo oggettivo, un’armonica, per sfilare dalla bocca l’indicibile, per scuotere l’indifferenza devastante quanto la sofferenza. Un’armonica, tra le tante, che il nonno gli ha lasciato in eredità. Alla simmetria incrociata,
Ivan – nonno, Irene – madre, corrispondono due piani narrativi che si alternano con diversi caratteri tipografici, stampatello – corsivo. A una prosa traslucida e al tempo stesso sofferta corrisponde una narrazione sincopata e frammentaria che oppone resistenza al lettore e tuttavia lo coinvolge nelle sue spirali. Sono tutte presenti le componenti dell’antiromanzo del Novecento mentre l’immagine della lucertola sembra richiamare quella presente della novella pirandelliana “Cinci” dove una lucertola spiaccicata al muro provoca nel protagonista una reazione con risvolti drammatici affidata al lessico del discorso indiretto libero.

Mariza Rusignuolo

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