La scrittura ‘incurabile’ di Luisa Stella

Recensione di Mariza Rusignuolo

Luisa Stella ha esercitato la professione medica a Palermo, dove ancora oggi vive. Ha esordito come scrittrice nel 1997 col suo primo romanzo intitolato Delle Palme, una struggente storia d’amore che si consuma in una strada di città. L’asse narrativo del romanzo ruota attorno al protagonista, Delle Palme Matteo, da cui il libro prende il nome, che si è specchiato per un attimo negli occhi di una bambina, Adele, e da quel momento da dietro i vetri di una finestra, guarda e scruta il balconcino su cui appare e scompare la piccola. Tra loro non c’è una comunicazione verbale ma è il suo sguardo a seguirla sempre, anche quando la bambina diventerà donna e intreccerà rapporti amorosi.

Il secondo romanzo Le incurabili si snoda in tre racconti il primo dei quali, intitolato Io sono la selvatichezza, ha come protagonista il personaggio di Caterina, una donna di mezz’età che ha un bisogno estremo di affetto, di comunicare con qualcuno e riesce a colmare questo suo vuoto interiore tramite l’amicizia con una prostituta che le si dimostra paziente e intenta ad ascoltare i suoi lunghi discorsi. Proprio quando, con un monologo-flusso riuscirà a liberare i pensieri più reconditi del suo io, al suo ritorno a casa, perderà però per sempre la voce. Dopo questo evento drammatico Caterina riuscirà a trovare la forza di lasciare il marito andando a vivere da sola come aveva da sempre sognato e ringrazierà ogni giorno Lamia, pseudonimo dato alla ragazza, per quelle ore passate con lei a parlare della sua vita. Dal racconto è stato tratto un testo teatrale dal titolo Lamia portato in scena da Licia Maglietta. Se già la narrazione del primo romanzo, procede attraverso una scrittura di respiro europeo in cui sono evidenti echi di Joyce del romanzo Gente di Dublino, l’autrice raggiunge toni più elevati nel secondo romanzo Le incurabili in cui sono tutti presenti i temi della grande tradizione narrativa siciliana dalla tematica della frantumazione dell’io al ‘guardarsi vivere’ pirandelliano, al tema della melanconia, della memoria e della morte che connotano la scrittura di Gesualdo Bufalino. È presente, inoltre, il motivo sveviano e musiliano dell’inettitudine, di mancanza di relazioni, di abbandono alla solitudine esistenziale. Quest’ultima tematica è evidente soprattutto nel secondo racconto Incidenti domestici in cui il silenzio, la solitudine ed il dubbio avvolgono la protagonista che sprofonda in un baratro sempre più profondo senza via di uscita per gli incidenti domestici che si susseguono l’uno dopo l’altro e sarà il suo compagno Stefano a trovarla priva di vita: «in quel silenzio da glaciazione, come un ultimo silenzio». Ritratte a sbalzo in dialoghi densi, taglienti, veloci, o nei monologhi-flusso, ‘le incurabili’si muovono nel sogno febbricitante di una malattia senza remissione, all’interno di un mondo allucinato. E ognuna di loro si arresterà, come una macchina in avaria, dinanzi alla domanda che ci incalza tutti: è questa la morte?

Quello che parrebbe un mondo di malattia si rivela, però, a ben guardare, nelle parole delle incurabili opportunità di salute perché, come ci insegnano queste incurabili, tutte ugualmente orfane di vita, dal personaggio di Caterina alla signora Tule de Il medico delle incurabili, se vivere è ammalarsi, la ‘malattia’ è cura. Il racconto più lungo Il medico degli incurabili, in particolare,  (inserito nel testo “ Il medico degli incurabili e altri racconti , edizionidellassenza, 2020) è attraversato da un’atmosfera paradossale e da un sottile sarcasmo come si evidenzia già nell’incipit: «Tutto cominciò con una coppa di gelato e con una frase fuori luogo. Da quel momento il dottor Sallù non conobbe requie». Da qui ha inizio una storia che, come ne Lo straniero di Camus, sfuma nell’assurdo e dove, l’inappetenza del protagonista, un medico che si è fatto la fama di essere ‘specializzato’ nella cura di malati ormai incurabili, diventa  il tema di questo racconto che  riesce a trasmettere forti emozioni e sensazioni profonde  in contesti irreali, da teatro dell’assurdo, in cui il lettore si immerge per il potere seduttivo della scrittura di Luisa Stella  che usa la lingua con tocco  lirico-culto e che, per ritmo e stile, costituisce un unicum nell’attuale panorama italiano.

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